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Fenomeni psicologici alla base del reclutamento dei foreign fighters

  • 5 apr 2015
  • Tempo di lettura: 5 min

Il termine foreign-fighter si riferisce a combattenti che militano in formazioni militari di Nazioni diverse dalla propria. Si tratta di individui che subiscono il fascino degli ideali della fazione alla quale aderiscono e che, quindi, in generale, abbracciano le armi senza scopo primario di lucro, differenziandosi, per tale motivo, dai cosiddetti “mercenari”. Anche i cavalieri medioevali che sposavano la causa delle crociate lasciavano la propria Nazione per andare a combattere in una terra straniera ma, contrariamente a quanto avviene oggi, questi ritornavano nella propria Patria e riprendevano le loro normali attività, senza provocare disordini o costituire minaccia per i propri concittadini. Invece, i foreign fighters si recano presso fazioni estere per consolidare la propria preparazione psico-militare, addestrarsi e ritornare, di solito, nella propria Nazione di origine per effettuare attacchi armati. E’ il caso, ad esempio, del recente eccidio di Parigi, che ha visto l’attacco alla sede del giornale Charlie Hebdo e del supermercato Casher dove hanno perso la vita 12 persone. In questo caso, gli autori dell’attentato sono cittadini francesi, che avevano lasciato la Francia per recarsi presso l’ISIS dove hanno ricevuto adeguato addestramento e formazione idonea a sferrare il suddetto attacco. E’ possibile individuare il primo utilizzo del termine foreign fighters in occasione dell’attacco alle torri gemelle, avvenuto a New York nel 2001. Tale attacco fu sferrato da cittadini stranieri che avevano abbracciato le cause di Al-Queida e avevano combattuto tra le sue fila. Da quel momento in poi, a causa del ripetersi di situazioni similari, il termine è diventato sempre più diffuso nella nostra esperienza quotidiana ed individua ormai chiaramente persone pericolose e senza scrupoli, che costituiscono una minaccia reale, imprevedibile e subdola, rivolta non verso le Istituzioni o le Forze Armate di un Paese, ma verso gli ideali e le tradizioni culturali e religiose del mondo occidentale, colpendo indistintamente cittadini di ogni classe sociale ed in ogni ambito lavorativo (sedi di giornali, metropolitane, supermercati, chiese e così via). Come mai questi foreign fighters sembrano diventare sempre più numerosi e, soprattutto, perchè sono costituiti per la maggior parte da individui giovani, che mettono a repentaglio la propria vita per abbracciare, apparentemente, ideali e religioni di altre culture? La risposta è complessa ed articolata ed è necessario effettuare un’analisi profonda di tipo culturale, sociale e religioso. Prima di provare a dare le risposte, è necessario evidenziare la sorgente dell’attrazione che è costituita da formazioni non statali, governate, apparentemente, solo da ideali religiosi, che affermano di avere lo scopo di fare giustizia non solo delle iniquità del mondo ma, soprattutto, degli individui che non aderiscono ai loro stessi ideali, rivolti essenzialmente ad una missione affidata direttamente da Dio, secondo l’interpretazione più integralista della fede musulmana, che impone la jihad (guerra santa) come dovere di ogni “buon fedele”. A tal fine, il “buon fedele” è autorizzato a praticare qualsiasi tipo di azione, comprese, soprattutto, quelle violente ed estreme e, tanto più grande sarà il suo sacrificio tanto maggiore sarà la ricompensa di Allah. Ciò costituisce una naturale attrazione per tutti quegli individui che non hanno trovato una loro identità nella società in cui vivono, che hanno maturato un notevole grado di rancore e si uniscono alla jihad per affermarsi e riscattarsi dalla loro emarginazione. Una emarginazione che può essere di tipo puramente sociale, determinata, ad esempio, dall’appartenenza a minoranze etniche, oppure di tipo culturale causata dalla mancata identificazione nei valori della propria società o, ancora, di crisi religiosa, quando non si trovano le risposte cercate. Il principale metodo di reclutamento dei foreign fighters, messo in atto dalle fazioni jihadiste, consiste in una diffusione costante di messaggi multimediali che mostrano immagini e video dell’esecuzione delle vittime senza celare anche i particolari più disumani, orribili e crudeli, come il taglio della gola o l’incendio di un essere umano. Quanto appena detto è suffragato dai molteplici articoli e notizie che appaiono sempre più frequentemente sui social network, quali facebook o twitter, e che scandiscono, quasi come in una serie TV, le ultime “atrocità” di questi terroristi. Sembra quasi che tutto il mondo si sia trasformato in una vasta gamma di spettatori, curiosi di scoprire le imprevedibili azioni dei foreign fighters. Nel momento in cui i foreign fighters vengono introdotti sul campo di battaglia si va a delineare un conflitto che assume un carattere internazionale. In modo particolare e, nel caso specifico, il conflitto attuale si presenta come una vera e propria guerra di religione. Il metodo di reclutamento posto in atto utilizza messaggi universali che trovano terreno fertile nelle coscienze e che sono opportunamente “confezionati” e veicolati per raggiungere platee sempre più vaste. In particolare, l’approccio scelto è quello dell’ad-busting, che consiste nel proporre colori, sensazioni ed ambientazioni tipiche dei moderni videogames e mira a risvegliare negli animi dei giovani ragazzi, in particolare maschi, un sentimento di naturale propensione per lo scontro fisico e per il combattimento. Tuttavia in questo modo viene celato completamente il sentimento umano come, ad esempio, nella trasmissione di scene di decapitazione che, accompagnate da un glorioso sottofondo musicale, tendono a presentare la barbara uccisione come un’azione compiuta da un grande eroe di guerra. Pertanto, lo spettatore si trova di fronte a scene simili a quelle di un film, dove la realtà non viene percepita. Tale dissociazione tra l’avvenimento propagandistico e scenografico e l’azione cruda e brutale commessa nasconde il dolore ed i sentimenti umani reali che lo accompagnano e ciò conduce alla falsa convinzione che commettere tali atti di violenza non ha ripercussioni sulla propria sfera di sentimenti e valori.I messaggi di reclutamento proposti dalle organizzazioni jihadiste si rivolgono ad individui che sono vittime di emarginazione, che non hanno certezze per il futuro, che sono in preda a crisi personali oppure avvinte e spinte da un fascino per l’ignoto e per l’avventura. In modo particolare, la causa terroristica viene abbracciata da individui che hanno ormai perso ogni connessione con la “comunità” in cui vivono (intesa come insieme di persone, relazioni e valori) e da questa non ricevono stimoli e/o manifestazioni di appartenenza che possano contro-bilanciare l’appetibilità del messaggio jihadista. Proprio questa incapacità della “comunità” di vedere le fragilità psicologiche dei propri membri costituisce la forza delle fazioni terroristiche e la debolezza della società occidentale, ormai disabituata all’attenzione verso l’altro, soprattutto se diverso. I foreign fighters sono solo la punta di un iceberg molto più ampio, costituito da individui che non riescono ad accettare l’assenza di sentimento e l’indebolimento di valori trascendenti, che la società considera obsoleti e non rispondenti ai canoni pratici della domanda e dell’offerta, relativi ad un mondo inteso sempre più come affermazione di profitto ed interessi materiali. Quindi, aldilà della condanna ferma per le azioni brutali e disumane compiute da questi terroristi, è necessario soffermarsi a considerare il segnale che questi individui lanciano verso una società sempre più inadeguata a soddisfare le esigenze spirituali. I foreign fighters sono, in un certo senso, le spie di malesseri sino ad oggi solo oggetto di dibattiti culturali, ma che, come dimostrato, possono scatenare reazioni profonde nell’animo umano, portandolo anche a compiere azioni violente ed estreme. Non si vuole, con questo, giustificare gli orrendi assassinii e le brutali azioni compiute, che rimangono tali e che suscitano tutta la condanna che meritano. La società in cui viviamo deve prendere atto di questo importante fenomeno e contrastarlo alle radici, tramite un profondo cambiamento della propria attenzione alle esigenze dell’animo umano e dei più deboli.

 
 
 

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